Andrea Di Camillo

Oltre 15 anni di esperienza come venture capitalist e imprenditore, una carriera anticonvenzionale e la lungimiranza di pochi. Andrea Di Camillo inizia il proprio percorso professionale in Olivetti, dove entra nel 1995 per occuparsi del marketing di ItaliaOnline, tra le società pioniere nel mercato digitale italiano.

Tramite un incontro fortunato viene coinvolto nel lancio del primo fondo di venture capital in Italia, Kiwi I, con il quale effettua alcuni degli investimenti di maggior successo nel settore digitale, come Venere e Yoox. L’imprenditore di Biella ha investito in più di 40 aziende, e co-fondato Vitaminic e Banzai. Nel 2013 infine ha lanciato P101, di cui è Managing Partner. Ospite alla precedente edizione di Heroes Meet in Maratea, Andrea Di Camillo ci racconta trucchi e segreti del venture capitalist.

Dall’inizio in Olivetti alla P101 di cui è managing partner, com’è diventato venture capitalist?

Lo sono diventato per caso, la mia non è una carriera lineare, d’altra parte la casualità è determinante nelle vite di tutti. Lavorando a Olivetti ho incontrato il primo ventur capitalist in Italia che mi ha chiesto di aiutarlo in un progetto. Mi sono ritrovato così a partecipare al lancio del primo fondo di venture capital in Italia, Kiwi I, senza sapere cosa fosse. Mi è piaciuto e ho continuato a farlo finora.

Come si diventa venture capitalist? E che caratteristiche deve avere?

Sicuramente non è un mestiere immediato, bisogna essere appassionati di quel che si fa e avere la pazienza di attendere risultati a lungo termine. Ciò che guida senza dubbio il venture capitalist è la curiosità, l’intuito e poi l’entusiasmo. È un mestiere che richiede, inoltre, molta attenzione per la tecnologia considerata nell’impatto che può avere sulla società, non per i suoi aspetti tecnici. Quindi chiunque abbia l’idea di creare qualcosa di nuovo grazie all’investimento è sulla giusta strada.

Chi è quindi un venture capitalist?

Uno strano connubio. Da un punto di vista formale noi siamo investitori finanziari, abbiamo technicalities tipiche del mondo dello startup management e una serie di adempimenti tipici di una industry che è quella della finanza, dall’altra parte ci relazioniamo con un prodotto sottostante in modo molto diverso. Quando investiamo sicuramente adottiamo principi finanziari, il fine ultimo è chiaramente il ritorno sull’investimento, però ci poniamo in modo diverso rispetto agli imprenditori con cui investiamo.

Noi siamo da una parte i finanziari dall’altre parte dei soci di capitale, ma dei soci attivi della società a cui apportiamo il nostro contributo. È un aspetto caratterizzante del nostro mestiere, perché lavoriamo con una società e con un imprenditore che è in una particolare fase della vita e in continuo cambiamento. Rispetto a un’azienda consolidata che cerca di rimanere piuttosto uguale a se stessa, noi investiamo invece in aziende che vanno male, quindi bisogna saper gestire una situazione problematica, o che vanno bene ma cambiano continuamente. In entrambi i casi ci dobbiamo adattare a una situazione in continua evoluzione.

Apertura mentale e predisposizione al cambiamento sono delle costanti del venture capitalist che richiede un’attitudine particolare.

Negli anni ha investito in numerose startup, da Cortilia a Iubenda, Fubles e Viamente che, nel 2012, viene acquisita da un gruppo industriale statunitense. Quali criteri valuta nella decisione di investire in una startup?

La qualità complessiva del team imprenditoriale, l’esperienza, la passione, sono basi fondamentali, poi ci sono quei criteri oggettivi che permettono di intravedere lo sviluppo della società. Per esempio una società piccola, nata da poco, che ha radunato attorno a sé un management di alta qualità e che, nonostante i pochi capitali, ha già ottenuto risultati interessanti e in crescita, offre già degli elementi aritmetici per cui si può ragionare ad un ipotetico investimento. Poi ci sono criteri personali relativi al settore che io prediligo.

In quali settori allora preferisce investire?

Oggi guardiamo molto ai tre settori in cui l’industria italiana è nota, ha competenze ed esperienze specifiche, come il settore del fashion e del design, del food e del turismo. Poi ci sono settori più trasversali come quello del fintech, del medtech e il mondo del real estate che lasciano spazio a nuove opportunità. Cyber security e media sono settori, invece, che magari non guardiamo come prima scelta ma sono molto interessanti.

Quali consigli darebbe a un imprenditore perché la sua startup sia appetibile e sia scelta da un investitore?

Quel che conta per me è la lucidità nel valutare e poi eventualmente presentare gli obiettivi della propria impresa a un investitore. Excel ha sempre ragione. Posso fare un business plan dall’oggi al domani, ma è molto più utile invece presentare un piano con obiettivi a medio termine che mostri una crescita passo dopo passo su cui gli investitori possano prendere dei rischi misurati. Poi magari si può pensare a un’ottica più a lungo termine che chiaramente l’azienda deve avere.

La situazione italiana nel campo dell’innovazione si è evoluta velocemente negli anni, ma cosa manca ancora alle nostre imprese?

Il primo problema fondamentale è che in Italia i capitali a disposizione sono ancora troppo pochi se paragonati ad altri Paesi. In una dimensione in cui le aziende ormai non si confrontano più solo su base geografica locale ma su base planetaria, l’Italia parte svantaggiata rispetto ai suoi colleghi o concorrenti. Non si è ancora adeguatamente sviluppata una cultura per questo tipo di investimenti in primis tra le grandi aziende.

In tuti i paesi del mondo le grandi aziende sono naturalmente abituate ad accudire altre aziende per incorporare tecnologia e innovazione, in Italia questo non succede. Il secondo problema è la cascata di investitori istituzionali, quelli che gestiscono grandi ricchezze, dal risparmio privato al risparmio corporate, tendono ad essere molto conservativi, con obiettivi di brevissimo periodo e non capiscono le effettive potenzialità del venture capital nell’investimento e nell’innovazione. Oggi tutti conoscono Amazon ma è nata nel ‘92, tutti conoscono Yoox ma ci ha messo 20 anni. Il venture capital ha bisogno dunque di investitori che guardino a rendimenti a lungo termine.

La maggioranza degli investimenti pubblici su quelli privati può essere un’altra ragione delle difficoltà del venture capital in Italia?

No, anzi tutte le industrie del venture capital in tutti i Paesi del mondo sono nate da fondi pubblici. È un investimento controintuitivo. Si chiama venture capital, che vuol dire capitale di rischio totale, e il risparmiatore tipico deve assumersi il rischio, quindi evidentemente si creano delle inefficienze di mercato. Diretto o indiretto attraverso aziende pubbliche o semi-pubbliche, il sostegno pubblico rimane però un fatto strutturale e inevitabile come insegna la storia d’Israele, tra gli esempi di successo del venture capital.

www.goheroes.it