start up innovative nel cuore della commissione europea

Con Leonardo parliamo di Europa e di quello che ci aspetta nel futuro delle start up, del business e dell’innovazione.

Ma soprattutto vediamo come si colloca il mondo delle startup.

Di cosa si occupa lo European Political Strategy Centre e qual è la sua filosofia di fondo?

Lo European Political Strategy Centre è, in un certo senso, una start up innovativa nel cuore della Commissione europea. I nostri “clienti” primari sono il Presidente e il suo team. La nostra proposta – e missione – è concepire politiche e strategie in modo innovativo, radicarle in ricerca solida e aggiornata, e anticiparne la sostenibilità in scenari di medio e lungo termine. Ad esempio, come e dove investire per rendere gli europei resilienti ai cambiamenti nel mondo del lavoro?

Personalmente, riassumerei la filosofia di lavoro dello European Political Strategy Centre in tre principi. Primo, se puoi immaginare qualcosa, c’è una possibilità che si realizzi. Basti pensare all’Unione europea che ha garantito 70 anni di pace ininterrotta dopo due guerre mondiali e secoli di battaglie continentali. Chi l’avrebbe mai detto negli anni ’30? Per questo, nel nostro think tank non esistono divieti d’accesso per l’immaginazione e l’intelletto.

Secondo, l’innovazione è il business di trasformare muri in ponti. L’interdisciplinarità è alla base del nostro metodo e il tratto caratteristico della nostra identità: il team riunisce esperti di dati e legali, economisti e comunicatori, politici e grafici. Il nostro impatto deriva anche dal connettere comunità e questioni che altri vedono come distinte.

Infine, l’innovazione non è un prodotto o un episodio, ma un valore e un processo – non lineare. Ed é guidato da persone aperte a sperimentare, imparare e adattare. E funziona meglio se la motivazione è migliorare la vita di 500 milioni di europei!

Tra spinte nazionalistiche e scarsa crescita economica, le istituzioni europee non vivono un momento facile e sembrano aver perso la fiducia dell’opinione pubblica. Tu come immagini (e desideri che sia) l’Europa del futuro?

L’Europa del futuro sarà figlia delle scelte dell’Europa del presente. Anzi, degli europei del presente e delle loro azioni. I soccorsi ad Amatrice e alle altre zone terremotate sono la prova che siamo individualmente più sicuri quando agiamo collettivamente. Oggi, volontari e funzionari, italiani e richiedenti asilo sono uniti nella ricostruzione. Questo dimostra che bandiera, colore o confine perdono peso di fronte al valore del servizio alla comunità.

La mia Europa ideale passa per la realizzazione che la solidarietà vista ad Amatrice non è solo un atto di audacia ma un interesse. Pensare di affrontare sfide come il terrorismo globale da soli sarebbe come cercare di scacciare uno sciame di vespe con un cucchiaino. Non a caso, è unita che l’Europa rimane alla testa dell’economia globale – seconda solo agli Stati Uniti – anche di fronte all’ascesa della Cina.

Penso che il futuro sia troppo spesso abusato per rimandare scelte positive e pragmatiche. Allo stesso modo, si parla troppo spesso di Europa e troppo poco di europei. Prendo la mia generazione di millennials, di cui meno della metà è impegnata in azione civica o volontariato. L’aspetto e la salute dell’Europa dipendono anche dall’esercizio di audace solidarietà e servizio alla comunità di ognuno di noi europei.

E che ruolo avranno le start up innovative in questa Europa del futuro?

Il rulo più importante nell’Europa e per l’Europa del futuro lo giocano gli innovatori, ancor più delle start up. Le start up sono essenziali per crescita e creazione di lavoro, specialmente nell’economia di oggi che è sempre più legata all’innovazione di processi, prodotti, servizi e modelli di business. Ma se le compagnie più giovani sono quelle che maggiormente generano nuovo impiego, sono anche quelle con la vita più breve: cinque anni in media. Al contrario, gli innovatori rimangono, imparano, si adattano e inventano di nuovo – e meglio. In altre parole, sono le persone che guidano il progresso. Dobbiamo concentrarci e investire sugli innovatori in tutti i settori, e creare nuovi “Heroes” come quelli che si riuniscono a Maratea.

Liceo classico e poi John Cabot, che cosa hai imparato dai vocabolari di greco e cosa dagli studi di impostazione americana soprattutto per quel che riguarda il pensiero innovativo?

Negli anni in cui frequentavo i vocabolari di greco pensavo che tutto ciò che avrei imparato  sarebbe stato resistere fino al giorno della liberazione: il diploma. Qualche mese fa, durante una visita al mio vecchio liceo, una studentessa del ginnasio mi ha rivelato che c’è molto di più. In una versione di greco, a volte, è difficile capire se una frase abbia senso fino a quando non si è finita la traduzione. Allo stesso modo, una buona e una cattiva idea non si possono distinguere al momento in cui sono proposte. Oggi so che tradurre il greco antico è testare un’innovazione nell’incertezza che funzioni o meno, per affinarla e integrarla nel sistema in cui si opera.

Le arti liberali di tradizione americana mi hanno insegnato che il consenso e il conformismo sono i nemici numero uno dell’innovazione e del progresso. Da allora, mettere e mettersi in questione sono diventati un esercizio quotidiano e una metodologia. Quando scrivo un articolo o prendo una decisione importante, mi rivolgo sempre a due gruppi di persone, chiedendo al primo di trovare tutto ciò che c’è di criticabile e al secondo di identificare i pregi.

Dal tradurre il greco al dibattere in aule americane, ho imparato che l’innovazione è un valore, un atteggiamento e una disciplina che richiede l’umiltà e la persistenza di rendersi vulnerabili a ciò che non si sa ancora, per diventare più resilienti.

I tuoi consigli per “imparare a imparare”, se è l’apprendimento continuo che ci salverà.

Il mio trucco: circondarmi di persone con l’onestà e la voglia di esprimere critiche costruttive.

Un libro e un viaggio che consiglieresti a chi vuole essere un eroe dell’innovazione.

“The Art of Stillness” o “L’arte della quiete”, del giornalista e viaggiatore Pico Yier. Ero in un periodo cupo in cui sentivo di aver perso qualsiasi capacità creativa. Poi, leggendo questo libro, ho capito che la mia crisi d’immaginazione era una crisi di distrazione. “Ogni volta che vado ‘nowhere’ [, da nessuna parte,] torno con nuove prospettive” – scrive Yier.

All’epoca, per trovare “nowhere”, mi ritirai in un monastero benedettino per quasi una settimana. Oggi cerco di creare momenti quotidiani di quiete per ricordarmi che ognuno di noi è un innovatore. Il problema è che lo dimentichiamo perché distratti dai click e dalla velocitá della nostra società o perché poco fiduciosi delle nostre idee.Questo è forse il viaggio più innovativo che ho fatto. Andate da nessuna parte: lo raccomando.