Marco Trombetti è un imprenditore di successo nonché CEO di Translated, società di traduzioni nata nel 1999 che lavora con una rete di oltre 68mila professionisti di oltre 110 Paesi del mondo offrendo i suoi servizi in 80 lingue diverse.

Trombetti ha fondato poi Pi Campus sfruttando le proprie conoscenze portando una ventata di novità e di innovazione all’interno dell’environment italiano.

Dopo il “mezzo” no a Google ha deciso di continuare ad innovare nel nostro paese e noi, in occasione di Heroes gli abbiamo chiesto se ne vale ancora la pena. Ecco cosa ci ha raccontato.

C’è chi parla di una Silicon Valley nel cuore di Roma. Chi di un acceleratore con un fondo d’investimento e chi semplicemente di un luogo magico, con tanto di ville e piscine californiane.  Ci racconti cos’è davvero PiCampus? 

È un posto dove le persone, e di conseguenza le aziende, crescono. Tutto è disegnato intorno alle persone. Pi Campus è un fondo di investimento early stage. Investe da 50.000 a 300.000 euro e prende in cambio dall’1% al 10% delle quote. Pi Campus non è la Silicon Valley è Italia che ha voglia di fare. Non mettiamo le startup nei garage, ma nella natura e la bellezza. I valori che ci guidano non sono quelli di Jobs, Musk o Gates, ma quelli di Olivetti.

Come si entra a PiCampus e quanto è complesso e selettivo il processo di selezione?

Pi Campus è riservato ai nostri investimenti. Negli ultimi 4 anni abbiamo valutato più di 2000 startup e abbiamo investito in 44. Quindi non è facile entrare, ma neppure impossibile. Se non hai una tua startup, un ottimo modo per entrare a Pi Campus è lavorare per una delle nostre startup.

Gli scettici dell’ecosistema StartUp parlano per l’Italia di un fallimento annunciato e di un sistema che produce economia solo per chi fa servizi o eventi. Quanto questo è vero e quanto invece puoi smentirlo con i “fatti” che riguardano le tue startup?

Il talento al mondo è distribuito equamente, quindi non credo che gli Italiani siano da meno. La somma di tutti i ricavi legati agli eventi per startup è meno dell’1% del valore di una sola startup Italiana: Yoox. Quindi mi sento di poter ignorare queste affermazioni.

L’innovazione crea grande ricchezza per molte persone con pochissime startup. Non molti hanno capito o accettato la cosa e ancora pensano all’innovazione come poco successo per tutte le startup.

Dopo aver creato il “sistema” PiCampus per aiutare i giovani imprenditori, qualche settimana fa hai presentato un libro scritto esattamente con la stessa mission. Perchè lo hai scritto e perchè consiglieresti ad uno startupper di leggerlo?

Nel libro con sintesi maniacale spiego come fare startup. Quello che rende “Il Nuovo Principe” unico è che parlo anche del perché farlo. E questo si è rivelato il lato forse più interessante.

Dici spesso che fare startup è “contro intuitivo”. Ci spieghi meglio che intendi? Forse che bisogna andare contro la logica comune?

Paul Graham una volta ha detto fare startup di successo è contro intuitivo. Non è naturale come correre, è come sciare, bisogna prendere lezioni. Se fare startup di successo fosse intuitivo oggi saremmo tutti ricchi e non ci sarebbe bisogno di venire a Heroes.

Parliamo di Translated, il tuo primo amore e l’azienda con la quale sei stato in grado di competere a livello globale generando quegli utili con cui poi hai anche costituito il fondo d’investimento. Qual è stato secondo te il segreto del suo sviluppo? Essere arrivata prima delle altre? Essere stata più veloce e adattiva? 

Aver lavorato più duro degli altri, determinazione e velocità nel rialzarsi, andare profondo nelle cose al punto da farsi odiare o sembrare stupidi. Tutte le volte che abbiamo creato valore in Translated è perché il team ha trovato le energie per andare molto più a fondo degli altri.

Tutti diciamo che siamo pronti a fare questo sacrificio, ma quando si tratta di farlo veramente ci diamo le scuse più inverosimili per evitare lo sforzo.

A un certo punto ti hanno invitato nella sede di Google a prendere un caffè, e alla fine volevano prendersi tutta l’azienda, ma non ti hanno convinto. Non sarebbe stato più semplice fare soldi e poi magari aprire un baretto da qualche parte in Thailandia?

La storia che ho detto no a Google non è esattamente vera. Loro volevano solo una parte di Translated e io e Isabelle non abbiamo mai accettato di lasciare qualcuno indietro.

L’altra verità è che la lingua è l’ultima grande barriera da superare per avere un internet interamente accessibile a tutti. La lingua è la cosa più umana che si sia e per questo la sfida più grande e bella nell’intelligenza artificiale. Anche se difficile, questo è un problema risolvibile durante la nostra vita e non credo rinunceremo a questa sfida.

Translated utilizza fin dal primo momento l’intelligenza artificiale. Su cui poi tu hai costruito anche un’esperienza formativa che si chiama PiSchool e forma più di 30 talenti globali ogni anno per rispondere alle sfide delle aziende. Quanto secondo te l’AI è matura come tecnologia e quanto invece è “comunicazione”? Non vedi la necessità di un reality checking su questa come su altre avveniristiche tecnologie?

La Pi School of Artificial Intelligence oggi forma circa 100 studenti l’anno gratuitamente selezionati su oltre 4000 candidati. Il progresso dell’intelligenza artificiale è lento, ma continuo. Tutti sottostimano quello che potremo fare nel lungo periodo e tutti sovrastimiamo quello che succederà nel breve, in qualche anno.

Inviterei nei nostri uffici alcuni dei giornalisti che fanno terrorismo sull’AI, quelli che raccontano che a breve l’AI prenderà il controllo e ci toglierà il lavoro. Farei vedere loro quanto è difficile fare un piccolo progresso nel breve. Allo stesso tempo ricorderei loro che tra 30 anni il computer di casa avrà una capacità superiore al nostro cervello.

Nel libro scrivi che chi fa startup deve vivere nel futuro. Questo non rischia di tagliare fuori tanti talenti italiani? Si può fare innovazione lontani dalla California oppure faremmo meglio a trasferirci tutti lì?

Il mondo è iper connesso, la fisicità è importante e bella, ma nessuno dovrebbe usarla come scusa per dire che non ha accesso a conoscenza. Nel 2007 abbiamo fatto Memopal dall’Italia perché ci era chiaro che il cloud storage sarebbe stato il futuro. Droppox è nata 6 mesi dopo e aveva un decimo dei soldi che avevamo raccolto noi.

È diventata 5000 volte più grande di Memopal perché erano più bravi di noi, non perché a noi mancasse la capacità di vedere il futuro o i soldi.

Il futuro secondo Marco Trombetti sarà un luogo migliore dove vivere? Riusciremo a coniugare tecnologia e privacy, intelligenza artificiale e umanizzazione, competizione e stato sociale? Oppure dovremo arrenderci alle visioni apocalittiche di una società avanzata ma ingiusta?

Il futuro sarà migliore, sono un incurabile ottimista. Posso cambiare idea, ma la storia e la logica non mi stanno dando nessuna buona motivazione per farlo.

Quali sono le caratteristiche che deve avere un Principe secondo te? Più Macchiavelli o Saint Exupery?

Il nuovo principe, ovvero il nuovo giovane imprenditore, dovrà ispirarsi ad entrambi: razionale e con un grande cuore.