Riccardo Zacconi

Ha rivoluzionato l’economia digitale, costruito un impero di caramelle virtuali e poi l’ha venduto per 5, 9 miliardi di dollari. Riccardo Zacconi, 51 anni, accento romano e una passione per i giochi, ha fondato nel 2003 la King Digital Entertainment e sviluppato il gioco più popolare del web.

Candy Crush ha 480 milioni di giocatori attivi ogni mese, da oltre 200 Paesi, affermandosi come la terza community più grande al mondo dopo Facebook e Youtube. E ora, rimasto al timone della sua King, nel frattempo venduta nel 2015 al colosso dei videogame, Activision Blizzard, Riccardo Zacconi si è lanciato in una nuova avventura, un fondo di venture capital dal nome Sweet Capital.

Riccardo Zacconi

Laureato in economia alla Luiss, Zacconi ha rinunciato al posto sicuro nello studio dentistico del padre per andare all’avventura in Germania. Ha così iniziato in una società di consulenza aziendale ma sapeva di voler essere imprenditore, e nel digitale ha trovato la sua fortuna. Secondo The Guardian, è uno dei 100 uomini più influenti del web.

Oggi Mr. Candy Crush, da Londra, continua a progettare nuove versioni della sua creatura. Di innovative caramelle, dell’Italia vista da oltre la Manica e di consigli per i giovani imprenditori abbiamo parlato con Riccardo Zacconi.

Candy Crush è uno dei giochi più amati in tutto il mondo, qual è il segreto del suo successo?

Candy Crush è un’offerta nuova che non esisteva prima. Inoltre, è un gioco che si differenzia dagli altri per il fatto di poter giocare con tutti i propri amici. Siamo stati i primi a crearlo.

Riccardo Zacconi

Quante caramelle ha dovuto mangiare prima di metterlo a punto?

Eh tante, abbiamo fatto 200 giochi prima di Candy Crush. Ma prima di dedicarci ai giochi abbiamo lavorato anche in altri settori, come quello del dating online. In fondo disegnare un gioco è come disegnare un qualsiasi prodotto digitale, ma abbiamo imparato anche facendo tanti errori.

E quante caramelle mangia ogni giorno? Ci sono rischi di dipendenza dal gioco?

No, il nostro è uno di quei giochi chiamati “casual”, i nostri giocatori non giocano molte ore di seguito e neanche si identificano come giocatori. Candy Crush è pensato in modo tale da poter giocare pochi minuti, nei ritagli di tempo, ecco perché funziona cosi bene sul cellulare. Inoltre, siamo noi stessi a frenare le persone stabilendo che una volta concluso il gioco, per poter ricominciare si è costretti a pagare, invitare amici o aspettare venti minuti.

Riccardo Zacconi

Candy Crush è quindi il primo modello di “fremium”, è questa la chiave del successo dell’economia digitale?

Sì, è una modalità di gioco secondo cui puoi giocare gratis a tutti i livelli ma puoi acquistare degli aiuti o pagare per ricominciare il gioco, una volta terminate le cinque vite che si hanno a disposizione. Quando nel ’99 abbiamo lanciato King non era possibile fare microtransazioni, costavano troppo, e si doveva pagare 9,99 per un gioco. Invece ora si può giocare senza pagare un centesimo, paga chi vede un valore aggiunto nel gioco.

È un modello che funziona sui grandi numeri: centinaia di persone pagano cifre molto basse. Secondo me è un modello più giusto, prima di pagare posso vedere e provare quello che mi piace, nel nostro caso non solo provare ma anche giocare. Il modello fremium permette di avere un pubblico maggiore rispetto a un’offerta che costringe a pagare. Ogni volta che si chiude una porta a un utente digitale si rischia di perderlo.

Se non avesse avuto Facebook come partner pensa che Candy Crush avrebbe avuto lo stesso successo?

Facebook è partner di chiunque voglia offrire un prodotto integrato con la sua piattaforma. Sicuramente ha facilitato il fatto di poter giocare con gli amici che sono già iscritti al social network.

Riccardo Zacconi

Pensa che sarà sempre ricordato per Candy Crush o sta lavorando a un nuovo progetto rivoluzionario?

Dopo aver venduto Candy Crush il mio lavoro non è cambiato. Al momento stiamo progettando nuove versioni di Candy Crush e nuove generazioni di giochi. Siamo circa 2000 persone a lavorarci.

È recente la notizia della chiusura di Mosaicoon: è l’ennesima prova di quanto sia difficile fare impresa in Italia?

No, assolutamente, vuol dire semplicemente che il business model non ha funzionato. In Italia, si può benissimo fare impresa come provano grandi aziende di successo a livello mondiale. Quel che conta è che chi ha lavorato per Mosaicoon non rinunci a quello che ha imparato e cerchi di sfruttare le proprie competenze nella prossima esperienza.

Io ho lavorato per una startup che si chiamava Spray ma poi l’abbiamo venduta nel 2000, e molte persone che sono andate via poi hanno abbandonato il digitale, a differenza mia. Secondo me è l’errore più grande che potessero fare, una volta imparato bisogna capitalizzare le esperienze fatte. Dalle cose che non funzionano spesso si impara di più che dalle cose che funzionano. In particolare poi nelle situazioni difficili si capisce chi è in gamba e come si comportano le persone.

A quanto pare ogni anno, in California, cena con i capi di Facebook, Google e Apple. Voi re del web, come vedete il futuro dell’Italia in questo panorama dell’innovazione digitale?

L’Italia ha una voce molto forte in Europa e in seguito alla Brexit può acquisire ancora più importanza dal punto di vista della direzione che si vuole dare all’economia digitale: la scelta è tra una direzione protezionistica, ma secondo me è un errore, perché vorrebbe dire facilitare il lavoro di startupper e società digitali in America e Cina rispetto all’Europa, e una direzione più a sostegno delle imprese digitali.

Oggi secondo me per avere successo nel digitale, è impensabile lavorare al di fuori di piattaforme come Google, Facebook e Apple che sviluppano prodotti non solo nella Silicon Valley ma anche in paesi europei, tra cui l’Italia. Quindi idealmente potremmo essere non solo un grande mercato per la vendita ma anche luogo di produzione.

Riccardo Zacconi

Lei, che dopo gli studi ha lasciato l’Italia per la Germania, crede che se fosse rimasto avrebbe avuto la stessa carriera?

È importante vedere anche quello che succede all’estero. Ora però bisogna dire che in Italia ci sono molte più offerte di quante ce ne erano quando io ho finito gli studi, in più c’è il digitale.

Ai giovani consiglia quindi di lasciare l’Italia?

Secondo me bisogna guardare tutte le opportunità sia in Italia che all’estero ed essere flessibili, quindi andare dove si impara di più. Lasciare l’Italia e poi tornare forse è la cosa migliore, ma quel che conta davvero è lavorare ad un’offerta globale anche dal nostro Paese.

Cosa consiglia a un giovane che vuole seguire la sua stessa strada?

Seguire una traccia logica di quel che uno vorrebbe fare. Spesso non si sa ciò che si vuole, ma si sa ciò che non si vuole. Quel che conta è non quanti soldi si guadagnano ma quanto si impara. Fare ogni giorno qualcosa per avvicinarsi al proprio sogno.

Verrà l’anno prossimo a Heroes?

Con molto piacere.