Quali condizioni sociali ed economiche favoriscono la nascita e la crescita di nuovi progetti di business? Quali sono le caratteristiche distintive che accomunano i founders di una startup di successo?  Cosa si riesce a capire di una startup dal suo brevetto? Sono solo alcuni degli argomenti che affronteremo a Heroes, meet in Maratea con Carlo Menon, Economista dell’OCSE, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico.  Qui per voi  qualche anticipazione.

In attesa del nostro prossimo incontro a Heroes, ci concederebbe una piccola anticipazione di ciò che significa, per lei, innovazione?

Sono state scritte migliaia di pagine da economisti con disquisizioni definitorie sul fenomeno dell’innovazione. I primi due significati che mi balzano in mente – e che motivano il mio entusiasmo e impegno quotidiano nella mia attività di ricerca – sono però molto semplici e “personali”. Il primo significato è la scommessa degli outsiders. L’innovazione è il team di giovani e sconosciuti ricercatrici e ricercatori che con la loro start-up nel sottoscala sfidano business model assodati.

Il secondo significato è la speranza per le grandi sfide del futuro: cambiamento climatico, istruzione e inclusione, lotta alla povertà nei paesi in via di sviluppo. Sono tutte sfide che possiamo risolvere solo con un paradigma mentale opposto a quello che le ha create, parafrasando Einstein.

I dati ci mostrano già che le innovazioni radicali sono piú spesso introdotte da start-ups piuttosto che da incumbents. Sappiamo anche che l’imprenditoria è un motore di mobilità sociale per le minoranze etniche. In Italia, l’imprenditoria giovanile può essere il grimaldello per scardinare la gerontocrazia che soffoca le potenzialitá dei giovani italiani.

Sappiamo che al momento è impegnato in uno studio sulle StartUp e, in particolare, sulle caratteristiche dei loro founders. Può dirci di più?

Cerchiamo di essere innovativi anche nel nostro lavoro, assumendoci il “rischio di impresa” di esplorare nuove tipologie di dati (ad es. crowdsourced), mai usate prima per ricerca economica, per provare a dipingere un quadro attraverso i paesi OCSE e i BRICS di un fenomeno finora ancora poco conosciuto, cioè le origini delle start-up ad alto potenziale.

Vogliamo capire chi sono e come si sono formate le persone che creano start-ups di successo. Nei Paesi “primi della classe” come Stati Uniti o Israele il rapporto tra investimenti di venture capital e GDP è dieci volte più elevato rispetto alla media europea. Negli Stati Uniti, le start-ups che hanno avuto finanziamenti di VC dal 1979 al 2013 rappresentano quasi la metà delle imprese nate nello stesso periodo quotate in borsa, e contribuiscono per l’80% della ricerca in R&D (maggiori info qui).

Possiamo identificare founders con le stesse caratteristiche che hanno successo negli Stati Uniti e in Israele, e invece non riescono a esprimere il loro potenziale in Italia? Questa è un’altra domanda a cui stiamo cercando di rispondere.

 Il suo interesse per le StartUp non si limita ai fondatori: cosa ha scoperto in merito ai loro brevetti?

Se un ingrediente fondamentale per il successo delle start-ups sono le persone che le creano, l’altro sono le idee su cui si basa il modello di business. Uno dei pochissimi modi per tradurre idee in dati analizzabili è utilizzare i brevetti, che sono una ricchissima fonte di informazioni, ovviamente anche con importanti limiti.

Analizzando (con la dovuta cautela) i dati sui brevetti possiamo ad esempio capire quanti sono i “gradi di separazione” tra le idee di grande successo commerciale e la ricerca accademica; oppure quali sono le start-ups che costruiscono il loro business attorno a innovazioni radicali o “breakthrough” (dirompenti); quali start-ups sono attive nell’ambito dell’energia pulita; etc. Possiamo anche analizzare il valore dei brevetti per gli investitori, in funzione anche di differenze internazionali di policy di proprietá intellettuale.

Secondo la sua esperienza, quali condizioni sociali ed economiche favoriscono la nascita e la crescita di nuovi progetti di business?

Questa è una domanda da un milione di dollari, ma per rispondere brevemente posso dire che la crescita è molto piú problematica della nascita. Le analisi (in particolare alcuni ottimi studi dei miei colleghi all’OCSE) dimostrano che l’allocazione più o meno efficiente delle risorse alle imprese con maggiore potenziale di crescita ha un ruolo cruciale per spiegare il differenziale di produttività tra paesi OCSE.

Possiamo anche avere le migliori imprese del mondo (e in Italia in alcuni ambiti le abbiamo!), ma se non abbiamo un sistema che permette ai lavoratori e al capitale di affluire verso tali imprese – anche a costo delle imprese “decotte” – e di farle crescere in dimensione a scapito di quelle meno efficienti, la nostra competitività complessiva rimarrà al palo.

Quali strategie possono mettere in campo l’Italia e i Paesi del mediterraneo per restare competitivi a livello globale?

L’Italia, con lo start-up act del 2012 e le successive modifiche, è alla frontiera tra i paesi OCSE in termini di policy framework per le start-ups innovative. Purtroppo, questo si inserisce in un ecosistema legislativo e economico che in alcuni aspetti può essere di ostacolo per il dinamismo e la crescita delle imprese, e le start-ups sono quelle che ne soffrono di più. Questo è quello che abbiamo cercato di spiegare nel nostro lavoro intitolato “No country for young firms”.

Prendiamo ad esempio la lentezza della giustizia civile. Quale grande impresa decide di abbandonare il fornitore con cui lavora da 20 anni per affidarsi ad una start-ups che gli permette di dimezzare i costi, se non può affidarsi efficacemente a un contratto di diritto civile per compensare l’assenza dell’assicurazione reputazionale offerta dal fornitore storico?

Quindi preferisce non rischiare, continuare a pagare il doppio, e lasciare senza mercato di sbocco la start-up. Possiamo trovare decine di esempi di policy simili (in Italia e altrove), a partire dalla fiscalità per arrivare al mercato del lavoro…la carenza di riforme strutturali mirate a risolvere questi problemi fa male a tutte le imprese, ma fa ancora piú male alle start-ups. Che hanno anche spesso il grande handicap di non avere “santi in paradiso”, o fuor di metafora, voce in capitolo nel dibattito di politica economica, al contrario degli incumbents.

NB: le opinioni espresse sono riconducibili esclusivamente all’intervistato e non rappresentano le posizioni dell’OCSE o degli stati membri.

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